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Pietrasanta. La mostra di Francesca Banchelli aperta anche durante l’intero ponte del 2 giugno

di Redazione, #Arte

Prosegue con successo alla Galleria Poggiali di Pietrasanta, la mostra personale di Francesca Banchelli (Montevarchi, 1981) a cura di Sergio Risaliti, Direttore artistico del Museo Novecento di Firenze.

Mille giorni contano è il titolo che l’artista ha scelto per presentare i suoi dipinti e le sue sculture – in totale una ventina di opere – che saranno visibili con ingresso libero nei due spazi pietrasantini della Galleria Poggiali: la project room di via Garibaldi 8 e la suggestiva sede dell’Ex-Fonderia d’Arte Luigi Tommasi di via Marconi 48.

La mostra resterà aperta anche durante l’intero ponte del 2 giugno.

Recentemente Francesca Banchelli ha tenuto una mostra al Museo Novecento di Firenze, partecipando al progetto “Duel” in dialogo con un’opera di Scipione, così come ha nel suo palmares importanti apparizioni in istituzioni italiane e straniere come il Museo Pecci a Prato, Villa Romana a Firenze, il Macba di Barcellona,  la Tate modern di Londra. La sua ricerca spazia dalla pittura alla scultura, dal disegno alla performance, al video.

I dipinti dell’artista toscana ci invitano a riconsiderare la potenza narrativa della pittura: attratti da una ricerca sul colore nella sua versione magico-espressiva, seguiamo un flusso di apparizioni figurative, uomini, donne, fanciulli, cani, volatili, animali selvatici, che vivono in un mondo naturale, rigoglioso di piante e di acqua, spazzato via da una tempesta, a volte oscuro come in una plumbea notte.

Quelli di Banchelli sono tuttavia paesaggi del profondo, luoghi dell’anima che ospitano esperienze dall’inconscio personale e collettivo. La cronaca, la storia, perfino la vita quotidiana, hanno una loro risonanza archetipica e surreale; l’aneddoto, il ricordo, il dato oggettivo vengono trasfigurati in un immaginario onirico che include nelle sue scene passato e futuro, il remoto e il futuro, l’incognito e la previsione. Sogno, profezia, reminiscenza o prefigurazione la sua poetica attraversa e restituisce un linguaggio pittorico al micro e la macrocosmo, in una dimensione che attraversa il tempo cronologico, tra diurno e notturno. I dipinti allora diventano come rituali in cui la conoscenza più profonda e veggente coincide con la  luce del colore e la eloquenza delle figure; il quadro ci parla, sussurra e ci lascia fantasticare offrendoci la possibilità di riattivare le nostre capacità proiettiva, di immaginare e connettere tutto il sapere dell’inconscio con i dati reali, l’anima individuale con l’anima mundi. In questo senso i suoi dipinti sono atti performativi che ci coinvolgono singolarmente e collettivamente. E come ogni rituale o performance le sue opere pittoriche possono servire come esperienza di traslazione e catartica, in quanto hanno una loro natura o potenza demiurgica.

In tal senso i suoi dipinti risultano narrativi, ma solo a un primo livello di lettura. Le sue composizioni ci impongono un approfondimento mentale ed emozionale. Dopo una prima fase di godimento per il tipo di esecuzione – leggera, veloce, intensa, ricca di sfumature – viene da domandarsi quale sia il significato delle singole figure e degli oggetti in scena, e quali i loro nessi. Il racconto sfugge ma sotteso si intuisce. La pittura è ancora cosa mentale, ma di un pensiero dell’immagine che scaturisce dal cuore, dall’immaginario del profondo. La pittura aggiunge qualcosa di specifico, un’alterità che le è propria.  Crea mondi e storie che possono essersi esaurite e che stanno per avvenire, magari ripetersi, differenti e inedite.

 

(30 maggio 2021)

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